" ... Il libro della vita comincia con un uomo e una donna in un giardino e finisce con .... l'Apocalisse"

Oscar Wilde

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domenica 24 ottobre 2010

I litigi fanno piangere e bloccano il respiro ....



“ … importante è amare di più i vostri figli di quanto avete amato o odiato il vostro coniuge …” R.E.Emery

Come abbiamo visto nei post precedenti separazione e divorzio portano ad una forte conflittualità. Lui e lei finiranno per farsi la guerra. Eppure prima si volevano bene, si sono scelti, hanno messo su casa e hanno pure fatto dei figli…… Ma poi qualcosa si è rotto, sono cominciati i litigi ed un giorno è venuta la decisione di lasciarsi.

Iniziano allora quei conflitti che si esasperano, per risolvere chi è il vincitore: perché il vincitore è quello che prende tutto …. Anche i figli. E per far questo, ogni mezzo da usare è buono e lecito, e non si rispiarmeranno i colpi da entrambe le parti.

In tutta questa situazione è difficile riuscire a non perdere il senso delle cose. E soprattutto a non fare, dei figli, uno strumento della aspra contesa che è in corso.

Il male maggiore, per questi bambini, è infatti trovarsi in mezzo a due genitori che litigano. Anzi, che “se li litigano”, perché i bambini hanno paura dei litigi dei grandi.

A questo proposito mi ricordo un Natale dolorosissimo, poco prima della nostra andata via di casa; una lite furibonda tra mamma e papà, parole grandi di cui non sapevo nemmeno il significato cadevano tra di loro come una gragnola di colpi sparati da una mitragliatrice. Io, nascosta dietro l’albero di natale in mezzo a quei regali che avevo tanto desiderato e che improvvisamente erano diventati “odiosi”. E poi il fragore assordante della porta di casa che sbatteva e la mamma furibonda che si chiude nella sua stanza. Non riuscivo nemmeno a piangere tanta era la mia preoccupazione di non far rumore. Ricordo la paura, una immensa paura di essere lasciata lì dietro quell’albero, sola. E nella testa le parole di Roberta, la mia amichetta , i cui genitori si erano separati pochi mesi prima …. No, proprio non avrei voluto che succedesse anche a me ….

E certo sarebbe molto meglio che i due si separassero in maniera civile, restando magari buoni amici, riuscendo a trovare un pacifico accordo anche sui figli. Perché se fa paura a stare in mezzo a due che litigano, è ancora più devastante quando questi due sono i genitori che litigano “per te”. I bambini, infatti, nelle separazioni, diventano troppo spesso oggetto di contesa e ricatto. E nessuno che gli spieghi, nel frattempo, cosa sta accadendo.

Invece ognuno cercherà di tirarli dalla sua parte, i figli, per accaparrarsi il loro pieno ed esclusivo affetto. Ed è solo un assaggio di quello che succederà poi nel divorzio. Allora si accenderà la vera guerra, dove ognuno cercherà di demolire la figura dell’altro ex-coniuge, per conquistarsi il pieno affetto, insieme alla piena “proprietà”, dei figli contesi .

Ancora ricordi …. Quando i miei si sono separati non esisteva ancora la legge sull’affido condiviso, quindi io e mia sorella eravamo state affidate completamente a mia madre, che per anni ha portato avanti una guerra psicologica, sottile e nascosta per screditare in tutti i modi la figura di mio padre; tanto che per un lungo periodo io non ho voluto avere nessun contatto con lui. Sono quindi cresciuta, praticamente senza padre, finchè ho deciso ai 18 anni che era giunto il momento di conoscere anche l’alta parte di me …..

Non sempre per un genitore è facile spiegare ai propri figli cosa stia succedendo. Parlare della fine di una storia, che ancora brucia, trovando le parole giuste con un giusto equilibrio, è difficile. Le parole giuste, quelle di cui i bambini avrebbero bisogno, non sono lì a portata di mano…

Un altro flash dal mio passato …. Una grande stanza, un divano a fiori, io sprofondata dentro … davanti a me mamma e nonna, visi di circostanza :”ti dobbiamo parlare, tu sei grande ora” …. Paura, rabbia, essere “grande” una condanna …. “sai mamma e papà litigano molto ed è meglio che si separino, così staremo tutti più tranquilli. Noi ce ne andremo e verremo qui, ad abitare con i nonni…” Il mio viso duro e improvvisamente “troppo” adulto … :”Si, lo so, non sono stupida …. E non me ne importa niente …” … e il buco che piano piano si allarga nel mio cuore … non sono più stata una bambina ….

Non sempre vengono le parole giuste, quando si sta male. E un bambino resta confuso e pieno di paure, specie se non capisce quello che sta succedendo in casa.

Ha paura di restare solo, ha paura che come è finito l’amore tra i suoi genitori così finisca quello con lui. Se prima andava tutto bene, sembra dirsi, e poi ora è tutto finito… allora dove mai è finito tutto quell’amore che c’era? E perché è finito?

Certo i figli non dovrebbero entrare nel conflitto, e i grandi dovrebbero trovare un accordo, nel loro interesse.

E’ nell’amore per loro che si può ridare un senso al rapporto che si è rotto. Ecco quindi che bisogna lavorare per una nuova cultura della separazione “ che partendo dalla esperienza vissuta, tragga gli elementi necessari per non compiere i medesimi errori e per individuare quelle modalità che consentono di usare la sofferenza come occasione di crescita…” (S.Vegetti Finzi)

venerdì 15 ottobre 2010

I conflitti di coppia e la Mediazione ....



“La natura umana era in origine unica e noi eravamo interi, e il desiderio e la caccia dell’intero si chiama amore” (Platone, Simposio).

Come abbiamo visto nel post precedente il conflitto psichico è l’opposizione che si presenta tra la personalità e l’ambiente o all’interno della personalità tra diverse istanze : esso è inevitabile in ogni relazione.

Quando nella sua attivazione quotidiana, la coppia è percorsa da frequenti “turbolenze” o vive gravi squilibri nell’armonia affettiva entra nell’area del conflitto. Viene meno l’equilibrio e, spesso, è difficile comprendere fino a che punto gli elementi di rottura attribuiti all’uno abbiano influito sulla stabilità affettiva dell’altro o, viceversa e soprattutto è difficile ricercare gli elementi che hanno causato il cambiamento della proposta iniziale della relazione affettiva.

Per analizzare il conflitto il mediatore deve partire da un punto essenziale della storia della coppia: come si è scelta e quale è stato il “patto segreto” di fondo (leggi qui ).

Nella fase dell’innamoramento ci si isola dal resto del mondo, si vive in simbiosi, come in una bolla in cui i partner riflettono solo loro e le loro parti migliori. L’altro è idealizzato, non ci si sofferma più di tanto sulle piccole avvisaglie di conflitto per il bisogno di fare innamorare di sé, spesso si dice: “Poi cambierà”, nutrendo, in questo modo, il pensiero magico di essere in grado con il nostro amore di cambiare l’altro secondo il nostro bisogno.

“Che cosa farai per me? Mi aiuterai? Mi ascolterai? Mi farai sentire bene? Realizzerai i miei sogni? Sarai il padre che io non ho potuto avere, la madre che non ho avuto? Adesso che mi sono innamorata di te, tu hai il dovere di far scomparire le mie sofferenze. Ascoltami, guariscimi, fammi stare bene….”.

La relazione di coppia diviene insomma una opportunità tramite cui crediamo di poter guarire una volta per tutte le ferite d’amore, le carenze affettive, le delusioni subite durante l’infanzia e il partner diviene per certi aspetti un sostituto di nostro padre, di nostra madre (o di entrambi) e inconsciamente lo invitiamo – talvolta sfidiamo - ad amarci in modo totale, ad accettarci per quello che siamo, ad essere il genitore perfetto che non abbiamo mai avuto ma abbiamo sempre desiderato.

Poi, dopo la fase simbiotica, nel momento in cui si ritorna all’IO, ci si accorge che qualcosa non và: “Non è più come prima, questo non l’avrebbe mai fatto”. Subentrano,quindi, fasi meno brillanti in cui si prende coscienza dei limiti del partner e dei suoi lati meno lucenti: l'ombra. E' qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi conflitti che poi, se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi sempre manca) inevitabilmente vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.

Le maniere di affrontare il conflitto, che come processo va comunque visto positivamente, ricordiamo che il conflitto è un problema da gestire non una guerra da combattere,variano da persona a persona; l’importante per il Mediatore è individuare, in modo da rimandarlo alla coppia per aiutarla a consapevolizzare le proprie dinamiche interne, le modalità di gestione del conflitto che possono essere:

=> EVITAMENTO: il conflitto è ritenuto pericoloso e quindi va evitato: la coppia non litiga. Spesso ciò accade perché non si vuole che i figli siano al corrente delle disarmonie coniugali e quindi si nega la presenza del conflitto. In presenza dell’evitamento possiamo trovarci davanti a partner ambedue con tratti evitanti: per loro è difficile riconoscere i propri bisogni e, di conseguenza, non mettono in atto strategie per soddisfarli; la frustrazione è alta, si allontanano e si arriva alla rottura.

=> GESTIONE COMPLEMENTARE O VITTIMIZZAZIONE: si aderisce alle richieste dell’altro senza dare spazio ai propri bisogni, si elimina se stessi, per cui ci si sente vittima: al crescere dell’aggressività dell’uno (carnefice) si accentua il ritiro dell’altro (vittima).Questa modalità, molto spesso, è il frutto di un bisogno inconscio: la vittima si è cercata il partner carnefice e potrebbe avere ella stessa tratti passivi aggressivi. In questa relazione la “vera forte” è la vittima mentre il carnefice potrebbe essere un debole che ha paura della vittima che percepisce forte. La coppia, in questo caso, opera inconsciamente delle identificazioni proiettive reciproche: uno si sente vittima e proietta la propria aggressività sull’altro che la agisce e viceversa; entrambi hanno bisogno di stare nel conflitto come chiusi in una gabbia virtuale dove è difficile vedere l’uscita.

=> GESTIONE SIMMETRICA O ESASPERAZIONE: si elimina l’altro agendo come se non esistesse. Al crescere dell’aggressività dell’uno, cresce anche l’aggressività dell’altro e al decrescere nell’uno, decresce anche nell’altro. L’unico vero bisogno è quello di essere riconosciuto dall’altro ed il litigio serve per rimanere in contatto. La coppia litiga in maniera violenta con degli alti e dei bassi e questo esclude che ci sia un vincitore e un vinto. Ci si accusa di cose diverse:” tu cucini male!” … “tu torni tardi a casa la sera!”, non si litiga su un tema; c’è solo lotta di potere per il riconoscimento reciproco.

=> SPOSTAMENTO: la coppia qui si presenza tranquilla perché evita il confronto diretto, in quanto ciascuno pensa “se entro in conflitto mi faccio male”.

In questo caso il conflitto viene “spostato”:

  • Sulla persona: non litigo con te ma con un altro, ad esempio: il capo, il figlio, un amico.
  • Sul tema conflittuale: non si litiga per il vero problema ma si sposta il conflitto su qualcosa di altro: ad esempio non litigo con te per un problema di potere, ma per l’educazione dei figli.
  • All’esterno: si cercano alleati quali amici, figli, avvocato oppure mediatore stesso che litigano in loro vece per farsi dare ragione.

=> NEGOZIAZIONE COL TERZO O FALSA NEGOZIAZIONE: si ricorre ad una terza persona, a qualcuno che decida per la coppia: l’avvocato, il giudice, il counselor.

Come ho detto sopra il conflitto è sempre presente nelle relazioni e non è necessariamente un elemento negativo, in quanto può favorire il cambiamento.

Va anche detto, tuttavia, che il conflitto, se non è ben gestito, può essere distruttivo cioè portare alla competizione favorendo processi distruttivi e irrecuperabili nella relazione.

Ricordiamoci che le principali vittime dei conflitti familiari sono i FIGLI. Quando si litiga si è talmente presi da sé e dai propri problemi che si finisce con il dimenticare i figli. Non ci si può preoccupare dei bambini mentre si sta cercando l’argomentazione adatta a controbattere o mentre le grida e le accuse dell’altro aumentano la “propria” sofferenza.

Paura, ansia, sensi di colpa. Sono queste le principali reazioni emotive dei piccoli di fronte ai continui litigi dei propri genitori. Una serie interminabile di sentimenti negativi che, a lungo andare, rischiano di generare nei ragazzi una tendenza all’isolamento sociale e un senso di ostilità nei confronti di unioni e matrimoni. Imparare a gestire i conflitti non è facile, ma è senz’altro doveroso. Per assicurare serenità ai propri figli, per educarli a risolvere le situazioni con intelligenza e per permettere loro di continuare il proprio cammino di crescita con la necessaria apertura alla vita e alle possibilità di amore e condivisione che questa può offrire.

Difficile far finta di niente di fronte alle provocazioni, difficile fare un passo indietro e mantenere la calma quando la tensione raggiunge livelli inaccettabili. Tuttavia gestire il conflitto è possibile. Basta fermarsi ad ascoltare, imparando a riconoscere i limiti costruttivi di ogni dialogo e di ogni diverbio. E accettare, in molti casi, l’aiuto di una guida esperta, di un “terzo estraneo imparziale” non coinvolto nel conflitto che, proprio per questo, riesca ad individuarne in modo chiaro le motivazioni.

Il processo di Mediazione aiuta la coppia a sviluppare la consapevolezza, elabora alternative e consente di utilizzare le capacità decisionali dei partner, riducendo gli effetti negativi derivanti dal conflitto. Si impara nuovamente a comunicare, dando spazio all’ascolto reciproco e come moderni alchimisti, diventare capaci di prendere il conflitto - spesso doloroso, pesante, oscuro, qualcosa di cui liberarsi - per trasformarlo in qualcosa di altro, notevolmente più prezioso.

mercoledì 13 ottobre 2010

Sul Conflitto ...


Nei post precedenti ho nominato molto la parola “conflitto” che è poi è il nodo cruciale della Mediazione: abbassare i conflitti per poter ri-prendere a comunicare. Oggi vorrei andare un po’ più a fondo per rendere più chiaro cosa significa “conflitto” in modo da esorcizzare la paura di affrontarlo che molto spesso sta alla base della crisi di coppia. Aver paura del conflitto vuol dire cercare di allontanarlo in tutti i modi dalla coscienza e quindi perderne il controllo.

Il conflitto che è considerato una dimensione inevitabile di qualsiasi relazione è parte integrante della nostra vita e sorge ogni volta che due soggetti che entrano in relazione hanno la necessità di attuare questa modalità di rapporto.

Conflitto dal latino “Conflictu” => “confligere” = Combattere, Battere insieme; è uno stato di tensione in cui un individuo viene a trovarsi quando è sottoposto alla pressione di impulsi, bisogni e motivazioni contrastanti, a causa di una situazione creata da lui stesso o da terzi.

Uno dei primi a parlare di conflitto è stato Sigmund Freud che distingue un:

  • conflitto manifesto quando esistono due sentimenti contrapposti dei quali la persona è sufficientemente conscia;
  • conflitto latente se gli elementi manifesti, ammesso che ve ne siano, svolgono funzione di copertura, spesso deformata, nascondendo il reale conflitto.

Freud considera il conflitto un elemento centrale della sua teoria; si possono identificare tre diverse modalità di conflitto nell'opera Freudiana che ripercorrono l'evoluzione del suo pensiero:

  1. conflitto tra principio di piacere e principio di realtà;
  2. conflitto tra pulsioni sessuali e pulsioni di autoconservazione (dette anche pulsioni dell'io);
  3. conflitto tra pulsioni di vita (Eros) e pulsioni di morte (Thanatos).

L'ultimo tipo è quello maggiormente sviluppato nell'odierno panorama psicoanalitico.

In sintesi il conflitto sta tra il voler fare una cosa e il suo opposto; per la psicologia cognitiva si parla di “dissonanza cognitiva” => concetto introdotto da Leon Festinger (vedi qui) basato sull'assunto che un individuo mira normalmente alla coerenza con se stesso. Quando i pensieri, le emozioni o il comportamento sono in conflitto tra loro l'individuo prova disagio e tende a eliminare quelli in contraddizione.

Il conflitto può essere:

INTRAPSICHICO => riguarda i desideri o le mete contrastanti appartenenti al soggetto

oppure

INTERPERSONALE => si sviluppa tra due o più persone quando la soddisfazione di un desiderio o il conseguimento di un obiettivo da parte del singolo entra in contrasto con i desideri o gli obiettivi di altre persone.

Il Conflitto Intrapsichico è determinato dal contrasto tra la realtà e le credenze, i bisogni e i sentimenti. Le credenze sono convinzioni irrazionali apprese nell’infanzia e interiorizzate; esse sono rappresentate dagli introietti di:

  • Valori
  • Standard
  • Giudizi

Le persone introiettano valori standard e giudizi su come dovrebbero essere (vedi … Ingiunzioni, copioni… vedi qui)

Il conflitto lascia spesso la persona immobilizzata e può determinare ansia, depressione, perdita di autostima.

Il Conflitto Intrapsichico inoltre può manifestarsi in maniera :

· EEsplicita => gli aspetti del Sé che sono in opposizione vengono entrambi esplicitati (esempio: “dovrei fare questo ma non posso …”, “vorrei fare questo ma non sono capace …”)

IiiiiImplicita => in cui un aspetto del Sé, quello che parla, valuta, condanna o costringe un secondo aspetto del Sé, quello del comportamento, a cui non si riferisce esplicitamente, sotto forma di autovalutazioni negative (“non valgo niente”, “sono cattivo …timido..”) o di autoaffermazioni coercitive (“ non dovrei essere arrabbiato … dovrei lavorare di più ..”)

Ma quanti e di che genere sono i conflitti?

Nella psicologia del comportamento si distinguono tre tipi di conflitto:

  • Attrazione-Attrazione => più mete desiderabili che si escludono a vicenda
  • Repulsione-Repulsione => quando la scelta è tra due prospettive sgradevoli per cui si tende a sfuggire il dilemma
  • Repulsione-Attrazione => quando la stessa cosa presenta incentivi positivi e negativi

“I conflitti Attrazione-Repulsione sono alla base di problemi comportamentali relazionali più o meno gravi i quali ruotano intorno ai temi: indipendenza-dipendenza, cooperazione-competizione, dove la soluzione del conflitto è solitamente nella forma di compromesso accettabile” (U.Galimberti – Dizionario di Psicologia, ristampa 2006)

Il conflitto come processo va tuttavia visto positivamente, come possibile momento di crescita personale e di miglioramento della qualità delle relazioni, quello che conta è, infatti, il modo in cui si reagisce alla situazione conflittuale.

Per gestire al meglio le diverse divergenze nel contesto delle relazioni, è necessario concentrare l’attenzione sulle modalità comunicative che generalmente si adottano, ed essere disposti ad usare delle tecniche efficaci che permettano il raggiungimento di una mediazione soddisfacente per sé e per l’altro. È altrettanto necessario essere disposti ad aprirsi a punti di vista alternativi e ad abbandonare schemi rigidi di pensiero fondati su una visione dicotomica (torto/ragione; giusto/sbagliato).

In particolare per la gestione dei conflitti sono necessarie tre dimensioni:

  • La consapevolezza delle proprie emozioni: nelle situazioni conflittuali è molto presente la componente emotiva e, spesso, lo stato affettivo prevalente è la rabbia. La reazione emozionale si esplica attraverso l’attivazione del sistema vegetativo che comporta una risposta in tutto il corpo. È utile non controllare, né reprimere uno stato affettivo perché fornisce delle informazioni precise su di sé e su come si reagisce in una determinata situazione. Un’accurata auto-conoscenza aiuterà a scegliere la modalità comportamentale più efficace, momento per momento.
  • L’ascolto empatico: l’ascolto attento dell’altro implica la capacità di aprirsi a una lettura della situazione diversa dalla propria, come se il proprio punto di vista fosse soltanto uno dei tanti possibili perché rispecchia la personale “mappa del mondo”. Ciò comporta il non rifiutare o squalificare l’altro o ciò che propone ma accettare la sua personale visione della realtà.
  • La gestione creativa: dall’incontro di diversi modi di interpretare una situazione, si può arrivare a una sintesi creativa che consenta il soddisfacimento dei bisogni e dei desideri delle persone coinvolte. Per questo è necessario mettere a fuoco il problema, chiarire gli interessi di tutti e affrancarsi dalle modalità di risoluzione inefficaci usate fino a quel momento.

Compito del Mediatore sarà quindi orchestrare in una partitura armonica le varie istanze dei due partner in modo che prendano progressivamente coscienza del loro modo di relazionarsi, dei loro bisogni e delle loro aspettative così da raggiungere quel “divorzio psichico” preludio per una nuova progettualità individuale.


(se vuoi approfondire il concetto di polarità e conflitto leggi qui)

mercoledì 6 ottobre 2010

La Mediazione … accoglienza … riconoscimento …. elaborazione


Dai racconti di tutte le storie di tanti uomini e donne che hanno vissuto l’esperienza della separazione, emerge costantemente, sempre, la rabbia profonda per non essere stati compresi dal partner, per essere stati traditi nello loro aspettative e di conseguenza il dolore che sottende il bisogno di essere riconosciuti dalla persona che il più delle volte è quella che hanno amato di più.

Giungere alla scelta di separarsi, di dividere le proprie vite che si era creduto unite per sempre,è oltremodo doloroso e porta con sé una moltitudine di stati emotivi che colpiscono i due partner come un tornado di proporzioni devastanti.

Si perdono i punti di riferimento, si mette in gioco la propria autoefficacia, ci si sente preda di emozioni contrastanti impossibili da gestire. Lo stato Adulto viene sostituito, ci si ritrova bambini che litigano furiosamente per la supremazia del proprio sentire. L’unico obiettivo: “fargliela pagare!!”.

Il conflitto la fa da padrone, l’aggressività regna sovrana … sbranare l’altro per non essere sbranati.

L’ostacolo a muoversi, ad andare, a dire, a definire, a decidere emerge a segnalare la paura dell’esposizione ad un grave rischio che viene drammaticamente avvertito: essere soli, abbandonati. Allo stesso tempo l’insostenibilità dello stato conflittuale fa desiderare proprio l’abbandono, la perdita, la resa al tutto.

Ultima spiaggia a volte la mediazione per “demandare ad un altro” il difficile compito della chiusura.

E i due “contendenti” arrivano come bambini profondamente feriti, entrambi bisognosi di essere riconosciuti nella loro sofferenza; il ruolo del Mediatore sarà quello di traghettarli attraverso la loro storia, riprendendo quel filo di senso andato perduto nel caos emozionale, per ri-trovarsi nuovamente capaci di comunicare e pronti per una nuova progettualità quella di GENITORI INSIEME.

La Mediazione diventa quindi momento di crescita, di evoluzione; momento per ripercorrere la propria storia, la scelta, il patto, le aspettative , i bisogni, le collusioni che hanno portato i due partners a “non amarsi più” (forse) , dando voce a tutte quelle emozioni contraddittorie che hanno portato la coppia a perdere il contatto.

È alla possibilità di aprire qualche fessura, spiragli di luce o vie di decantazione ad angosce profonde sigillate, coese in blocchi muti che fa riferimento il modello di Mediazione Pluralistico Integrato; solo quando la rabbia che ognuno dei partner si porta dentro si placa, viene accolta, riconosciuta, esplorata, si può ristabilire la comunicazione e quindi iniziare a parlare, a discutere, a negoziare.

Quindi il cammino partirà non da “su cosa si sta litigando” ma “ perché e come si sta litigando” basandosi sulla convinzione che i “litigi non sono la causa della separazione, ma il sintomo della sua difficoltà, sono la manifestazione di legami, domande, bisogni reciprochi ancora vivi, talvolta indistruttibili; sono un grido, una richiesta di stima per se stessi ed una richiesta all’altro di cambiare, una richiesta del riconoscimento che si ritiene dovuto” (F.Alberoni).

Per tutti questi motivi la Mediazione Familiare AEMef non ha un numero stabilito di sedute proprio per poter dare larghissimo spazio agli stati emozionali e permettere alla coppia di soddisfare un suo bisogno fondamentale che è quello di “vomitare” fiumi di parole e di emozioni alla presenza di qualcuno che finalmente li stia a sentire.

E’ questo il solo modo di giungere ad accordi condivisi, non solo formalmente ma anche intimamente; solo così infatti si possono placare gli animi e quindi gli accordi presi saranno duraturi nel tempo e la coppia potrà in futuro prendersi cura dei figli senza recriminare e senza farsi la guerra; evitando, quindi, che siano proprio i figli a pagare le conseguenze più dure per la fine del loro matrimonio.

Una Mediazione Familiare senza paletti, un luogo dove ri-trovarsi, riconoscere i propri bisogni e quelli dell’altro; una guida che nei momenti più difficili di una coppia le segni il cammino e glielo illumini affinchè la loro comunicazione ricominci a funzionare, la loro rabbia si plachi, il loro dolore scemi, il loro astio si attenui per arrivare a lasciarsi “insieme”, in maniera “sana” e propositiva per i loro figli che “nonostante” tutto CI SONO!!!!