" ... Il libro della vita comincia con un uomo e una donna in un giardino e finisce con .... l'Apocalisse"

Oscar Wilde

lunedì 16 maggio 2011

Forze di coesione

In una coppia, i partner che vogliono impegnarsi in un rapporto duraturo e sempre più intimo faranno riferimento all’attuazione di una importante regola relazionale:

più una comunicazione è intima, meno le parole e lo scambio orale sono sufficienti per comunicare.

Sarà necessario, quindi, che la coppia impari ad utilizzare altri linguaggi oltre a quelli verbali disponibili, per potersi venire incontro e anche capirsi

Ricorderò alcuni di questi linguaggi, che sono per lo più utilizzati in modo occasionale e che invece sarebbe bene venissero riconosciuti come indispensabili per un buon dialogo.

Il linguaggio delle emozioni.

Ogni volta che un evento, una parola, un atteggiamento o un comportamento risuonano e riecheggiano, essa riporta alla luce, risveglia una parte sensibile del nostro vissuto o stimola di nuovo una situazione incompiuta. L’emozione corrispondente risale alla superficie del presente. Bolla di ricordo racchiusa nella rimozione, nel non-detto, nel silenzio o nelle cripte del corpo, e che emerge con pianti, si rivela con risate o si sfoga con tremori, soprassalti e onde di emozione incontrollabile. La condivisione, la relazione intima, la vicinanza e la convivenza di due individui risveglieranno e porteranno in superficie molte situazioni del passato. L’ex bambino umiliato, ferito, fiducioso o entusiasta, sarà riportato alla luce da una parola, un gesto, u evento. La capacità sempre più completa dei componenti di una coppia di comprendere l’emozione come linguaggio diventerà quindi una garanzia supplementare per uno scambio fecondo.

Il linguaggio delle energie

In Occidente non siamo ancora pronti per afferrare fino in fondo il concetto di energia. Raramente la consideriamo come un linguaggio con la quale trasmettere messaggi positivi o negativi a coloro che ci sono più vicini. Tuttavia, quante tensioni, quanti blocchi, quante chiusure o quanti ripiegamenti provochiamo, essendo troppo permeabili o poco consci delle vibrazioni causate dalle energie negative? La promiscuità intesa male o gestita bene nelle relazioni intime può chiuderci o aprirci alla nostra parte migliore.

Nel momento in cui uno sospira pompa l’aria con le sue richieste e le sue attese:l’oppressione determinata da una mancanza di spazio, di tempo, dalla ripetizione abitudinaria di gesti o scenari di vita sempre uguali.

Ci sono relazioni che consumano le energie e relazioni che le aumentano; nel primo caso ci saturano e ci riducono, nell’altro ci esaltano e ci elevano.

Il linguaggio dell’immaginario e del simbolico.

Poter condividere il proprio immaginario ed imparare a non confonderlo con la realtà significa aumentare la possibilità di scambi fiduciosi attraverso la meravigliosa apertura sul sogno e la fantasia.

Questa modalità di espressione si basa sul senso di sicurezza che provo quando non mi sento rifiutata, sminuita o umiliata nella manifestazione del mio immaginario, di uno stato d’animo o di una percezione intima e personale.

Questa condizione di base favorisce un’apertura, uno spazio relazionale più ricco e più creativo.

Il linguaggio del corpo

La ricerca della vicinanza, del contatto con la persona amata, la possibilità di toccarsi, accarezzarsi, stringersi liberamente e senza obblighi è una delle ricchezze della vita di coppia.. Avvicinarsi, appoggiarsi, acciambellarsi, rannicchiarsi senza trattenersi è un donarsi all’altro che aiuta la sua accettazione e il suo sviluppo.

La complicità dei gesti, della pelle, degli sguardi è talvolta così forte, così intensa da creare una specie di aurea di ben-essere e di fiducia intorno a certe coppie.

Quante donne pagano, in relazioni sessuali imposte, il loro bisogno di tenerezza? Quante si sentono obbligate a sopportare e coccolare così la carenza affettiva di un adulto-bambino? Quanti uomini si fanno carico del bisogno di aiuto infinito di un’adulta-bambina che si è sentita abbandonata?

L’incontro possibile dei corpi a partire dal risveglio delle rispettive sessualità è proprio il criterio assoluto che differenzia la relazione di coppia da ogni altra forma di relazione. I malintesi negli approcci sessuali nascono da blocchi e rifiuti e non rivelano, come credono molti partner, un indebolimento o un cambiamento nei sentimenti.

I linguaggi del corpo sono continuamente stimolati nella vita di coppia. E’ indispensabile capirli e parlarli come tali e precisarne la sensibilità e la ricchezza.

Il linguaggio del corpo si può imparare. Toccare, accarezzare, sfiorare, massaggiare, dare senza prendere, offrire senza imporre, avvicinarsi senza impossessarsi: tutti questi gesti potenzieranno le risorse di una coppia, alimenteranno la sua vitalità.

Comunicare il più liberamente possibile ed essere chiari con se stessi.

Comunicare vuol,dire mettere in comune. Voglio ricordare che è molto diverso dal volersi capire, dall’essere d’accordo, dall’evitare conflitti.

Questo scambio vivace, essenziale, avvincente, creatore di ben-essere obbedisce a certi principi elementari basati su regole relazionali e si costruisce a partire da alcuno strumenti concreti.

Le forse di coesione dunque si baseranno su alcuni strumenti per comunicare meglio.

Il contributo più prezioso sarà il tempo. E’ fondamentale darsi tempo per lo scambio, la condivisione, per capirsi partendo dai nostri vissuti personali.

Si dovrà invitare, spronare l’altro a esprimersi senza esigere, fargli pressione, rimproverarlo.

La mancanza di scambi e di condivisione verbale è l’avitaminosi della coppia contemporanea. E il distacco sembra accentuarsi fra le donne, che si sono mosse per conquistare il proprio posto e hanno ritrovato il piacere e il potere di un’espressione tutta loro, e gli uomini, che sono sempre più silenziosi, chiusi nel consumo di immagini televisive o assorbiti nell’attivismo sportivo o nel fai-da-te.

Comunicare il più liberamente possibile non significa però dire tutto all’altro. La libera comunicazione si trova a metà strada tra tacere e imporre, tra non dire nulla e dirsi tutto, vero e proprio sfogo sull’altro trasformato in scarico di rifiuti! Troppo spesso la relazione perde la sua vitalità, la sua mobilità, la sua fantasia quando è il solo spazio di scarico per le tossine di ciascuno dei partner.

Le forze di coesione troveranno così un appoggio sulla coerenza interna di ciascun partner e saranno rinforzate dalle possibilità di presa di posizione e affermazione di entrambi. Come si può infatti essere chiari con l’altro se prima non siamo chiari con noi stessi? O, meglio più saremo centrati su di noi, più saremo differenziati, autonomi, liberi e indipendenti, più saremo capaci di proporre all’altro una relazione fantasiosa e solida, ma non rigida, bensì basata su desideri e contributi reciproci.

Sarebbe una buona cosa imparare a spiegare le proprie contraddizioni, i propri conflitti interiori, le attese personali piuttosto che continuare ad attribuirle all’altro. Questa modalità ci aiuta enormemente a uscire dalle trappole relazionali, dalle spirali talvolta infernali delle ripetizioni, delle accuse, dei conflitti e delle colpevolizzazioni.

La vita di coppia comporta inevitabilmente, anche se questo non sempre è riconosciuto, una migliore conoscenza di sé e in particolare delle proprie zone di intolleranza in rapporto ad una relazione di continuità. Rischio di essere ambivalente quando sono in conflitto e mi sento diviso tra due tendenze diverse e opposte che coabitano in me, mio malgrado. A volte, non volendo riconoscere questo conflitto in me, lo proietto sull’altro e me la prendo con lui, lo rimprovero e lo aggredisco. Per uscire da questo conflitto interiore bisogna fare una scelta, prendere una decisione e quindi anche fare una rinuncia. Talvolta, se non riesco a decidermi, la scelta mi verrà imposta dall’esterno.

Alcune richieste d’amore sono fondamentalmente paradossali e ognuno ne ricaverà maggiore disponibilità e maturità se saprà riconoscere questi giochi. Come quando uno dei due partner si accanisce a chiedere all’altro proprio quello che non può dare. Quando l’uno si aspetta dall’altro che sia quello che non è, che cambi, che non rimanga come è, che la smetta di pensare a quello che pensa, di fare quello che fa.

Talora c’è chi elemosina apertamente e con insistenza un’attenzione, un riconoscimento, una complicità, un’intimità che al tempo stesso teme, rifiuta o non crede possibile. Le attese, le rivendicazioni e i lamenti ufficiali ruoteranno attorno al bisogno di essere amati, ma contemporaneamente i partner saranno ossessionati dal timore che all’amore segua l’abbandono. Allora il desiderio implicito, e anche il più intenso, sarà quello di non essere amati.

Di fronte a tale paradosso, nessuna risposta potrà essere davvero soddisfacente o sufficiente. Il paradosso crea confusione nell’altro e genera comportamenti di auto sabotaggio. Io mi sentirò sia amato in modo inadeguato e insoddisfacente nella mia richiesta d’amore assoluto, sia amato e al tempo stesso terrorizzato all’idea di perdere l’altro, con la conseguenza di avere grandi difficoltà nell’impegnarmi in relazioni stabili.

Essere chiari con se stessi significherà anche essere capaci di riattualizzare le proprie scelte di vita e i propri impegni nel divenire della relazione.


.... seguimi nel prossimo post .....

mercoledì 11 maggio 2011

Forze di coesione e forze di separazione ….

“ Quello che è permanente è il cambiamento…”

Tosione de Sain Paul


Questo blog è nato come punto di incontro e di riflessione sulla possibilità che la Mediazione Familiare ha di accompagnare la coppia nel suo percorso di separazione e di trasformazione del rapporto da coniugale a genitori insieme.

Tuttavia vorrei dare spazio ed aprire alla speranza che non tutte le crisi coniugali portano necessariamente alla decisione di separarsi, molte possono essere l’opportunità per conoscersi meglio intraprendendo insieme una strada per vivere il rapporto in modo più consapevole e adulto.

A questo proposito accanto alla Mediazione esiste il Counseling di Coppia un percorso di conoscenza, ri-scoperta o scoperta di se stessi per arrivare ad una maggiore maturità e consapevolezza sentimentale. L’obiettivo è quello di far rifiorire la relazione , ritrovando la gioia dello stare insieme unita ad una nuova capacità comunicazionale.

Ogni coppia è un sistema complesso e un organismo vivente che, come tale, ha una sua esistenza specifica. Non si può ridurre alla sola somma dei desideri e delle particolarità degli individui che la compongono. Come ho più volte ribadito la coppia è qualcosa di più della semplice addizione delle particolarità di ognuno dei partner. Possiede infatti leggi e caratteristiche proprie.

E’, inoltre, soggetta all’effetto di sorgenti di perturbazione di origine diversa, interne ed esterne, cui deve adattarsi, piegarsi o da cui proviene, e quindi a campi di forze opposto e contraddittorie.

Le une operano per la stabilità, la continuità, la sicurezza e il conosciuto. Mirano a fortificare, consolidare e rinforzare il legame. Sono le “forze di coesione”.

Le altre cospirano contro questa unione. La mettono alla prova, la maltrattano, la sconvolgono e la disgregano. Sono al servizio del cambiamento, del bisogno di autonomia, di individualità e di indipendenza di entrambi i partner. Sono le “forze di separazione”.

Questa doppia polarità funzionale tra forze di coesione e forze di separazione costituisce la motrice del movimento, della dinamica e della vitalità della coppia.

Il suo equilibrio non può essere che fragile, precario e instabile. La sua evoluzione richiede trasformazioni e aggiustamenti della relazione, che a volte confermano la solidità del legame e a volte, al contrario conducono alla sua dissoluzione.

Nel prossimo post parleremo delle “forze di coesione” … se sei curioso ….. seguimi …..

domenica 3 aprile 2011

Vivere in due ....


Accettare di vivere in coppia vuol dire anche osare confrontare le nostre convinzioni con quelle talmente diverse dell’altro, che ci appaiono a volte come tradimenti quando ne scopriamo il tenore.

La disillusione è talvolta amara, soprattutto se avevamo voluto percepire queste convinzioni all’inizio dell’incontro o nei primi tempi della relazione come identiche o almeno simili alle nostre.

Vivere in due mantenendo la propria individualità diventa più che una creazione continua. E’ un’avventura inaudita sulle rive delle ricchezze dell’imprevedibile.

Vivere in due rispettando se stessi, sentendosi rispettati, rispettando l’altro, vuol dire rimanere aperti all’evoluzione e ai cambiamenti.

Vuol dire restare vigili nelle tappe da attraversare talvolta in disaccordo.

Vuol dire imparare alcuni principi di vita comune e darsi mezzi per applicarli.

Vuol dire non confondere mai sentimenti e relazioni, osare vivere i sentimenti nel presente e sviluppare una relazione sana per ognuno, basata su una ecologia relazionale.

Nella co-creazione ognuno avrà acquisito la sicurezza di sentirsi esistere e potrà vedere riconosciuti i propri desideri personali. Potrà trovare quella sicurezza, quella serenità e quella completezza che contribuiranno a nutrire e sviluppare l’espansione di sé ….

sabato 12 febbraio 2011

L'affidamento congiunto: la strada del futuro ...


Come abbiamo visto nei post sulla SAP (Sindrome da Alienazione Parentale) qui e qui, il genitore affidatario, che è in conflitto con l’ex partner, può sabotare i suoi rapporti con i figli e rendergli molto difficile il ruolo di genitore. Per evitare questa situazione, diversi paesi, tra i primi gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i paesi scandinavi, hanno sperimentato due tipi di affidamento congiunto: soltanto legale e sia legale che fisico.

Nel primo caso i genitori separati hanno uguali diritti e doveri legali con e verso i loro figli. Nel secondo i figli sono affidati anche fisicamente a madre e padre e risiedono un po’ a casa dell’una e un po’ a casa dell’altro.

Esistono diverse forme concrete di affidamento congiunto legale e fisico. In una minoranza dei casi i figli continuano ad abitare nella stessa casa e i genitori si danno i turni secondo il calendario stabilito. Questo menage è possibile soltanto se padre e madre sono sufficientemente benestanti da potersi mantenere entrambi un’altra casa in cui stare quando non è il loro turno di custodia. Una simile formula rappresenta una soluzione ottimale, quando ci sono vari figli, di diverse età, che con la separazione verrebbero divisi o spostati in quartieri lontani da quello in cui abitavano.

Più frequenti, invece, sono quegli affidamenti congiunti in cui i bambini o i ragazzi hanno in pratica due case e, a seconda degli accordi, si spostano una volta la mese, alla settimana o ogni due o tre giorni, da una all’altra. Questo tipo di affidamento da buoni risultati soltanto quando i genitori riescono a sostenersi a vicenda e sono flessibili nell’adattarsi alle mutevoli esigenze dei loro figli.

In queste condizioni i ragazzi riescono a mantenere un buon legame sia con la madre, sia con il padre. Infatti non si limitano con nessuno dei due ad andare semplicemente in vacanza o al cinema, mentre in ambedue le case si ricreano le condizioni “normali” del rapporto di convivenza genitore-figlio. Diverse ricerche dimostrano, infatti, che l’affidamento congiunto non provoca nei figli la sensazione di aver “perso” un genitore, che sorge talvolta quando il padre o la madre se ne vanno da casa e i ragazzi li vedono soltanto per appuntamento.

Tuttavia i ragazzi traggono vantaggi e svantaggi dall’abitare in due case. Anzitutto devono imparare a programmare con maggiore precisione la loro vita, anche soltanto per riuscire a portare nell’altra casa quello che servirà loro nei giorni o nelle settimane successive.

In secondo luogo è necessario che si abituino ai traslochi. Alcuni bambini e ragazzi si adattano facilmente agli spostamenti ciclici, soprattutto se i genitori abitano nello stesso quartiere e loro hanno la possibilità di incontrare gli amici da entrambe le case. Altri, invece, si lamentano per la perdita di tempo nei traslochi e per la discontinuità forzata nei rapporti sociali, specialmente se i genitori abitano in zone lontane o addirittura in città diverse. Alcuni di loro, però, riescono con il tempo a crearsi una rete di amicizie in entrambe le città o quartieri e considerano questo stile di vita soddisfacente e ricco di opportunità.

Sugli effetti dell’affidamento congiunto sono state effettuate diverse ricerche. Quando i due genitori hanno superato il divorzio emotivo, questa formula ha conseguenze positive per tutti: i padri affermano di sentirsi arricchiti e non più messi in secondo piano, le madri alleviate dalle troppe responsabilità. Contemporaneamente i figli sono soddisfatti di poter continuare ad avere rapporti stretti con entrambi i genitori.

Al contrario, se i genitori continuano ad essere in conflitto e scelgono l’affidamento congiunto perché nessuno dei due vuole “lasciare” i figli alla’altro, le conseguenze sono negative per tutti: i genitori trovano in continuazione pretesti per litigare e i figli ne rimangono turbati e sconvolti.

Benchè sembra essere in aumento il numero di genitori che cooperano dopo la separazione, rimanendo entrambi coinvolti nella vita dei figli, attualmente l’affidamento congiunto viene concesso solo in una minoranza di casi. Questa formula è comunque auspicabile soltanto quando i due genitori hanno buone probabilità, e in questo caso la Mediazione può veramente fare “miracoli”, di raggiungere un buon divorzio emotivo e di instaurare un rapporto di cooperazione.

Ognuno dei due deve essere profondamente convinto dell’utilità della presenza dell’altro nell’educazione dei figli. E con questi presupposti di disponibilità e stima reciproca non è neanche difficile risolvere problemi concreti come decidere con chi i ragazzi debbano trascorrere le vacanze di Natale o il giorno del loro compleanno …..

mercoledì 26 gennaio 2011

Un nuovo inizio ... è possibile???


La rottura dei legami familiari è una delle prove più difficili da affrontare; in quei momenti è decisivo il modo con cui marito e moglie contrattano la fine della loro unione, vivono gli inevitabili conflitti, esprimono le loro differenti emozioni, elaborano il passato e prospettano il futuro.

Dal canto loro i figli valutano la situazione di rimbalzo e i loro sentimenti riflettono gran parte quelli degli adulti, anche se non completamente, perché ognuno ha una sua storia e una propria personalità in base alle quali filtra gli avvenimenti.

Una variabile determinante è poi costituita dal tempo che può curvarsi indietro nel rimpianto o nel rimorso, fermarsi nell’ossessivo controllo del presente, oppure puntare verso il futuro con la speranza che non tutto sia andato perduto e che sia sempre possibile ricominciare. In fondo è finito un mondo, NON TUTTO il mondo!

Certo prima o poi le cose si aggiustano e la vita continua. Più facilmente quando le persone coinvolte riescono a moderare le emozioni e ad assumere uno sguardo obiettivo sugli eventi. Ma anche quando tutto sembra risolto sul piano degli atteggiamenti e dei comportamenti razionali, nell’inconscio sovente rimangono tensioni e conflitti latenti di cui è difficile cogliere gli effetti a breve e lunga durata. Nella nostra mente operano diverse temporalità e, accanto alle scadenze cronologiche imposte dalla società, si svolgono processi più lenti che non possono essere ridotti a piacimento.

Per ricomporre davvero la propria storia occorre dare tempo al dolore, ma la fretta degli altri spesso impone a chi soffre di risolvere al più presto la questione per non inquinare l’efficienza delle sue prestazioni. L’obbligo di non attardarsi a dar conto delle proprie reali condizioni fisiche e psichiche quando ci si incontra fa parte integrante del galateo sociale : “come stai???” .. “bene, tutto bene!!” mentre magari dentro si è a pezzi. E molte volte è proprio l’insieme delle norme non dette, delle pressioni che inducono ad una silenziosa discrezione a far sì che si scavi un solco sempre più profondo tra la maschera e il volto. Dietro una facciata accuratamente imbellettata, dietro una vita ad arte truccata, si cela spesso una identità male assemblata che, non avendo avuto tempo di ricomporsi, si disperde in atteggiamenti contraddittori che alla fine rendono ciascuno estraneo perfino a se stesso.

Non è poi casuale che al frammentarsi dell’individuo corrisponda il frammentarsi della famiglia, perché mondo interno e mondo esterno si corrispondono e le perturbazioni si riflettono reciprocamente. La percentuale delle separazioni e dei divorzi è in costante aumento e non, come un tempo, più al Nord che al Sud, nelle grandi città invece che in provincia, ma in tutto il Paese. L’idea che il matrimonio sia un contratto a termine è ormai entrata nella mentalità delle generazioni più giovani, cresciute in famiglie separate o comunque accanto a coetanei, figli di genitori divisi o divorziati.

Se un tempo infrangere il matrimonio destava scandalo e le persone coinvolte si vergognavano della propria anomalia, ora sembra diventato un evento normale e come tale viene trattato da parenti , dagli amici e nella scuola. Anzi la situazione si è capovolta al punto che, in certi casi, sono i figli di famiglie tradizionali a vergognarsi della loro condizione e a invidiare i coetanei che stanno invece sperimentando rapporti di parentela più aperti e avventurosi.

La “normalizzazione” di tutto questo tuttavia, mentre da una parte favorisce le dinamiche di riadattamento, dall’altra rischia di giustificare atteggiamenti di indifferenza e disimpegno che abbandonano a se stesse famiglie in crisi. In una società, come, la nostra, sempre più contraddistinta dall’individualismo, dalla precarietà e dalla fretta e oltremodo difficile trovare negli altri accoglienza e comprensione. Spesso i bambini, la minoranza silenziosa, inviano segnali di malessere e richieste di aiuto, ma non sempre questi messaggi vengono intercettati e decifrati e ancora più raramente trovano risposte adeguate. Di contro, i comportamenti a rischio e le condotte asociali degli adolescenti vengono automaticamente ricondotte, senza contestualizzare e indagarne i nessi, alle separazioni genitoriali, come se queste fossero sempre e comunque un male.

L’enfasi sule conseguenze distrae poi dalla prevenzione che potrebbe essere ad esempio un’educazione alle relazioni familiari e una formazione alla gestione dei conflitti; per cui la separazione appare, sempre più frequentemente, come l’unica soluzione possibile alle incomprensioni coniugali.

La distanza tra matrimonio o convivenza e scioglimento del legame tende a ridursi progressivamente anche perché le difficoltà nella separazione vengono sottovalutate. Se “così fan tutti” non c’è problema, basta decidere e non voltarsi più indietro.

Certo, separarsi bene è possibile, come ho più volte ribadito nei post precedenti, ma non subito, né senza prima aver elaborati le immancabili emozioni negative di abbandono, di colpa, di rabbia e di vendetta che corredano ogni lacerazione degli affetti.

La “separazione amichevole” è più una formula di bon ton più che una realtà, soprattutto quando ci sono di mezzo i figli. In questi casi la serenità è una conquista, non un punto di partenza, e spesso un eccesso di controllo razionale tradisce una prematura “anestesia delle emozioni”.

Il dolore non è solo una conseguenza negativa del trauma ma anche un segnale di allarme che chiama a raccolta le energie, attivando processi di riparazione, ricomposizione e riorganizzazione della vita.

Il coraggio di portare fino in fondo il “pathos” della separazione coniugale affrontando la “consapevolezza del dolore” aiuta a ricomporre la propria identità e a recuperare risorse che sembravano perdute dando realmente avvio alla possibilità di un “nuovo inizio”.

Nei momenti cruciali i figli hanno bisogno di sapere che i genitori soffrono, quanto loro e forse di più, anche se cercano di smussare i conflitti, controllare gli eccessi, nascondere gli inevitabili cedimenti allo sconforto e alla disperazione. Se padre e madre ammettono di soffrire, i figli si sentono autorizzati a fare altrettanto, altrimenti si sentono costretti a imitare i loro comportamenti edulcorati, ritenendoli più appropriati.

Solo nella sintonia delle emozioni, positive e negative, i “non adulti” si sentono riconosciuti e compresi, mentre un cuore di pietra li trasforma in pedine da spostare a piacimento sulle scacchiere della vita.

Non dimentichiamo che nello svolgimento della crisi familiare, nel modo con cui se ne rendono partecipi i figli, è in gioco la loro crescita e ne va della loro felicità.

lunedì 10 gennaio 2011

Figli sereni di amori smarriti ....



Prendo a prestito questo titolo dal libro di Donata Francescato in cui l’autrice si occupa delle conseguenze che la separazione dei genitori ha sui figli. In questo scritto, dopo aver trattato l'aumento della instabilità matrimoniale e del numero delle separazioni e dei divorzi, indicando le principali cause di questi fenomeni nell'emancipazione e responsabilizzazione dei singoli, nelle scelte sentimentali, nel mutamento dei ruoli maschili e femminili e nell'evoluzione del ruolo dei figli nel rapporto di coppia e nella società, passa a descrivere le difficoltà incontrate dai bambini cresciuti in nuclei dove regna un'alta conflittualità e tensione tra i coniugi. L'autrice inizia con l'affermare che: «più che la separazione o il divorzio sono il conflitto genitoriale e l'alta tensione, nella fase di pre-separazione, ad avere conseguenze negative sullo sviluppo dei figli», per poi affrontare il difficile compito a cui i genitori sono chiamati nel momento in cui decidono di separarsi. Questo compito consiste nell'imparare ad essere ancora genitori pur non essendo più marito e moglie.

Le separazioni, abbiamo visto, fanno emergere antichi copioni; paradossalmente sono proprio le differenti modalità con cui si reagisce alla perdita del benessere, il modo in cui si accettano o si respingono gli ex partner che possono farci riconoscere parti di noi che non conoscevamo, in quanto non avevano mai avuto modo di manifestarsi.

Le storie d’amore, quindi, hanno il grande merito e il pericoloso potere di permetterci di costruire intense relazioni con gli altri facendo affiorare parti di noi rimosse e trascurate, ma anche di sviluppare potenzialità che altrimenti non sapremmo neppure di avere. Adottando l’ottica intersoggettiva diventa meno arduo restare o divenire buoni genitori dopo la separazione.

Quando si tende ad utilizzare il pensiero duale, di solito si biasima l’altro e si spendono immense energie nel vano tentativo di mutarlo da un lato, e di ferirlo dall’altro. Uomini e donne che hanno smesso di amarsi conoscono il partner abbastanza bene per sapere dove colpire per fare più male. Così alimentano guerre che logorano e rendono infelici in particolare modo i figli. Il desiderio di fare male può essere consapevole o inconscio e non prende sempre di mira il partner, ma spesso proprio i figli per colpire indirettamente il coniuge.

Quindi se i partner separati riescono a spostarsi da una posizione dualistica in cui biasimano l’altro a una in cui riconoscono e promuovono gli aspetti positivi del coniuge, questi riesce spesso a cambiare divenendo un genitore migliore.

Purtroppo questo cambiamento non si presenta facile. Per secoli abbiamo operato in un’ottica di pensiero duale attribuendo ai maschi la politica e l’economia, la sfera pubblica in generale, e relegando le donne alla gestione del privato, la casa, le relazioni affettive, l’educazione dei figli. Vivendo in mondi distinti, donne e uomini hanno sviluppato competenze, qualità e difetti differenziati e quindi logiche dominanti antagonistiche. Negli ultimi decenni molti di noi sono riusciti a curarsi le ferite inferte da una educazione sessista riappropriandosi di qualità e competenze prima attribuite solo all’altro genere. Tuttavia permangono dentro ognuno di noi particelle più o meno grandi delle antiche dicotomie, che creano vecchi e nuovi problemi tra i genitori separati e nuovi partner, che vacillano tra il vecchio e il nuovo senza modelli a cui rifarsi.

Per secoli la femminilità è stata legata al potere di piacere, di sedurre, di farsi amare e diventare madre. Il bisogno di essere amata da un uomo per confermare la propria identità predispone molte donne alla dipendenza, alla ricerca di qualcuno che le faccia sentire desiderate.

Al contrario, la mascolinità porta gli uomini a perseguire i piaceri del potere, dunque a privilegiare il lavoro o comunque il perseguimento di obiettivi che valorizzino la loro indipendenza, la loro autonomia e libertà, e dunque a rifuggire dai legami affettivi intimi tanto ambiti dalle donne.

Gli uomini e le donne crescono spesso sognando sesso e amore, lavoro e potere in modo diverso e talvolta si deludono a vicenda, come ho detto precedentemente, ci si illude che l’altro possa essere la soluzione finale e “per sempre” a tutti gli affanni e quando questo non succede la delusione arriva bruciante e l’amore si smarrisce ….

“Le nostre ‘relazioni’ d’affetto erano generalmente durature: promettevamo di amarci reciprocamente per sempre. Oggi però queste relazioni non funzionano più: finiscono, non sembrano più quello che erano una volta, quello che pensavamo dovessero essere, ci spezzano il cuore e si frantumano. La metà dei nostri matrimoni si conclude con il divorzio, e chissà quanti altri amori di prova, di pratica e ‘part-time’ naufragano sugli scogli. Nessuno di noi può dire di essere passato indenne attraverso il tunnel dell’amore e all’inizio di questo nuovo millennio la nostra identità di amanti muore e allo stesso tempo diventa adulta….” (D. R. Kingma, Il futuro dell’amore,).

Da tutto questo dolore può tuttavia nascere qualcosa di buono, come dice la Kingma, si può diventare “adulti” consapevoli, riprendersi ciascuno le proprie proiezioni riconoscendo l’altro per quello che è.

“ …Come il respiro, come il muoversi delle maree e delle stagioni, anche le nostre relazioni cambiano e si trasformano. Proprio come inspiriamo ed espiriamo, le nostre relazioni intime hanno un'energia in entrata e un'energia in uscita: l'essenza stessa di ogni rapporto è il movimento….” (D.R. Kingma, Il futuro dell'amore)

La relazione si trasforma, si arricchisce diventando opportunità di crescita non solo individuale ma anche “familiare”. Famiglie separate di fatto ma unite nel perseguire il benessere dei figli, genitori liberati dai conflitti che si ri-trovano insieme.

E allora rinasce il senso, i vari elementi che compongono la vita di questi bambini trovano nuove e più ricche collocazioni; non ci si sente più soli in un universo di adulti ostili, bensì parte di un sistema che, pur avendo sovvertito le sue modalità di gestione, è una base sicura dove poter crescere.

Papà e Mamma non stanno più insieme ma paradossalmente sono più presenti, cambia la qualità del rapporto e il momento che si passa in compagnia dell’uno e dell’altro è tutto per il bambino.

Lasciati alle spalle i vecchi rancori, si vive il presente provando piacere insieme nella crescita dei propri figli, l’orizzonte si allarga e il futuro lascia spazio ad una nuova e più matura capacità di amare.

“ …C’è un mistero dentro l’uomo, dentro la sua grandezza e soprattutto dentro la sua miseria. Un senso del limite che riaffiora anche da comportamenti che sembrerebbe impossibile vedere applicati poiché sono solo distruttivi, distruttivi anche per colui che li attiva e che distrugge…

Basterebbe, insomma, poco per vivere con il sorriso sulle labbra invece che con un ghigno che vuole spaventare chi si avvicina troppo a noi e così invitarlo a non fermarsi….

La famiglia da luogo dei sentimenti si trasforma invece nello spazio della lotta e del rancore…..

Là dove c’è dolore riesco a vedere la possibilità di sostituirlo con la gioia che certo non è la felicità, intesa come piacere o come ubriachezza dei sensi, ma il vissuto di chi non dimentica che attorno c’è chi ha bisogno e spera in te, chi ha voglia di condividere la tua serenità. …” (Vittorino Andreoli – Alfabeto delle relazioni)